15/10/2013 – «Italiani! Io vi esorto alle istorie»… Mo’ arriva la mia

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Io era già da tempo che con ubuesco atto me lo ero infilato nelle tasche. Lui, pur lì riposto, di tanto in tanto si agitava inguinali arrossamenti creando. Così doveva finire e così è finita: con le ciurme opposte ad aspettarne una il colpo di coda e la rinascita l’altra, ed ad accontentarsi una di sempre più blandi ricatti e del proseguir dell’agonia l’altra.

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Cervelli prestati all’ovvio, al contributo e alla prebenda disquisiscono della di lui eredità, ben guardandosi dall’aprir gli scrigni e dal ravanare nei possedimenti, discettando di novo linguaggio, di nova forma e di dinamismo e di decisionismo. E  frugando, non nelle casseforti ricolme di sostanza o nei riccamente stipati frigoriferi, bensì nello scomposto serraglio de’ suoi scherani.

La birbonaia delle scaltrite amanti interessate, degli avveduti consiglieri della malafede, dei furbi amici del tornaconto, uniti nella paura del trovarsi a culo gnudo e a scarsella vuota, gara facendo chi nell’ostentare fedeltà eterna, chi nel recriminar sui tanti nemici, chi nel subdolamente abbandonare  il birbonaio, a voce ed in pubblico ne profetizza il ritorno ma, nel chiuso dei tinelli, aguzza l’olfatto a cercare il pertugio verso la la nova america  del tornaconto personale, e  di famiglia e di cosca.

E in mezzo ai disordinati proclami ed agli appiccicosi distinguo, ai gesti consueti degli ultimi “pugilatori a pagamento”,  il “credevasi puparo” si sveglia  pupazzo dal dipinto volto, e dai dipinti capelli e dalle rialzate suole. Lì, in mezzo, da comparsa, a dimostrare, con palpebra cadente, la differenza tra il mare delle istorie e lo spurgo della cronaca. Lì in mezzo, l’evasore, il corruttore, quello che per vincere scambiava carte giuste con carte segnate, a chiedere la grazia dell’ultima giocata alla sua maniera.

Converrebergli confinar sé stesso in un’umile casa in mezzo a quel mare, di cui a suo vile, ignobile e scostumato dire, concesse vacanze il mascelluto, del quale arguto vate scrisse  «Qui la faccio e qui la lascio», ai tormentati, torturati, isolati, vilipesi oppositori la cui intelligenza e il cui coraggio ci consentirono di cogliere il male del mondo.

Ci andasse il“credevasi puparo” in mezzo al mare. Da solo. Senza trucchi, senza ceroni, senza terre abbronzanti e creme rassodanti. Ci andasse per un solo mese a soppesar  l’impalpabile, unico  suo lascito: la trama artificiale e il colore de’ sui capelli.

E adesso ti rimetto in tasca che basta parlare di te che troppo già parlai.

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(La paura del mondo confinò Napoleone Bonaparte  nel mare infinito.  Lui, che «Temeva sopra ogni altra cosa gli effetti del ridicolo»,  si salvò.  Nelle notti povere di sonno, placato il risentimento, tra nebbie di alterna fortuna, risentì il claudicante passo di Talleyrand e  l’aspra voce di Cambronne.  Tutti li rivide e tutti li risentì. Buon ultimo comparve quel filosofo che dichiarò con lui, finita la storia.  La morte lo colse  sorridente.)

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