10/04/2012 – «We are all keynesians now»

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Girando in bicicletta e sui mezzi pubblici osservo la crescita della ricrescita (fenomeno per il quale i capelli ricrescono ma non con l’auspicato color rosso mogano) che si spiega con il più ampio fenomeno della decrescita.

Di decrescite ce ne sono due: quella infelice e quella felice. Se non volete essere maltrattati non citate la seconda in presenza di un economista: l’economia, si sa, è scienza triste.

Il barista cinese, che s’ è comperato con il rotolo di contante il bar di quelli che spacciavano coca e facevano prestiti a strozzo ai pensionati, mi spiega che la soluzione della crisi è nella domanda effettiva.

Pino e Mino, che da poco hanno imparato a usare il citofono al posto del clacson dell’Alfa smarmittata, confermano che Monti non può non sapere certe cose. Dichiarazione confermata, in sede diversa dal baretto, dal professor Artoni e dal professor Noera.

A proposito di crescita, Giacomo Pissarelli, la cui società ciclistica è sponsorizzata dall’impresa di pompe funebri San Siro che ha lanciato a Milano «la più moderna Casa Funeraria italiana», controlla ogni mattina la lunghezza della coda all’ associazione “Pane Quotidiano”. Pissarelli conferma  che la coda cresce ogni giorno e da ciò deduce che la crescita della coda è correlata alla decrescita, non a quella felice, bensì a quella rigorosamente infelice.

Giulio Baresani va per le spicce e dice che bisogna mettere nelle tasche delle persone i quattrini. Il barista cinese è d’accordo e sospirando insieme a Mino, Pino, ai Professori della Bocconi e a tutto il forum economia di Sinistra Ecologia e Libertà dichiara: «We are all Keynesians now».

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Si disintegra la Lega all’urto del cerchio magico e (finalmente) si rompe il velo della indignazione perbenista e tracima “bonomiano”, vero rancore: “bisogna ammazzarli”.

La sinistra, oltre ad aver eletto John Maynard proprio economista di riferimento ,(«W Marx, W Lenin, W Maynard Keynes!»), continuerà a identificare  come proprio orizzonte politico l’istantanea scattata a Vasto magari riservando un posticino anche al morbido Maroni?

Sotto un temporale infernale, riparati in un androne, carichi di libri usati, io e il professor Bochicchio, preferiamo non illuderci: «They are all Keynesians now».

Il gioco dello spread, grazie al quale il professore ha sostituito il puttaniere, non incanta più nessuno. La mamma dopo avermi spiegato che il problema non è  lo ”spread” ma il rapporto tra costo del debito e incremento del PIL, mi ha sussurrato: «We are all Keynesians now».

Come i figli di Marx nei rigidi inverni londinesi, gli imprenditori muoiono come mosche nella dolce primavera italiana del 2012. Prima degli imprenditori è toccata ai cinquantenni buttati in mezzo ad una strada, ai giovani precari, ai disoccupati. . .

Gli imprenditori: non erano e non sono molti di questi rappresentanti del capitalismo diffuso e molecolare i sostenitori del darwinismo sociale?

Non erano e non sono molti di questi “uomini liberi” quelli che disprezzavano i meccanismi di salvaguardia, di inclusione e di integrazione sociale?

Non erano e non sono molti di questi imprenditori di se stessi, quelli del fine (il profitto proprio) che giustifica qualsiasi mezzo?

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Si sono addormentati con la ninna nanna thatcheriana sull’inesistenza della società e si sono risvegliati con il cerchio alla testa di una brutta sbornia. Constatato lo sfacelo nella  cameretta, fanno propria la domanda di Elisabetta II: «Com’è possibile che nessuno si sia accorto . . .».

Un bambolotto bruciacchiato dalle fattezze di Milton Friedman risponde con voce metallica: «We are all Keynesians now».

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